Mangiare può essere un atto rivoluzionario
Prendersi cura del cibo che consumiamo non è un atto nostalgico, ma un gesto politico e di profonda giustizia.

C’è una frontiera invisibile che non si trova sulle carte geografiche, ma dentro i nostri piatti. Un confine che abbiamo superato senza accorgercene, lasciandoci alle spalle un mondo di sapori e di salute per entrare nella piana sterminata del cibo senza carattere e dal sapore artefatto, figlio di un’industria, più attenta al marketing e al profitto, che alla salute e al gusto.
Un cibo che ha perso l’anima, e con essa i nutrienti. Le persone ormai non più giovani, ci dicono che i frutti della terra erano più ricchi, più veri.
Ti potrebbe interessare anche: Cos’è e come funziona un Gruppo d’acquisto Sostenibile (G.A.S.)>
Oggi, ciò che riempie gli scaffali ha spesso il sapore del niente e il valore nutritivo di un miraggio.

Questo deserto alimentare ci ammala.
I nostri corpi, macchine perfette nutrite per millenni dalla terra, non riconoscono più questi alimenti processati, carichi di zuccheri, sale, insaporitori artificiali, grassi e chimica, si ribellano in un disordine silenzioso che i medici chiamano sindrome metabolica e ai disturbi spesso ad essa associati: dall’ipertensione, con le sue gravi conseguenze, al diabete, ai disturbi psico-fisici.
Un’epidemia che non fa rumore, ma che erode la salute nel mondo intero e colpisce adulti e sempre più bambini, ingrassando i profitti di un’agroindustria che ha barattato il nostro benessere con la redditività del capitale investito.
I mercati locali, un tempo cuore pulsante delle comunità, sono invasi da queste merci a basso costo, mentre i contadini, ultimi custodi di un sapere antico, vengono spinti ai margini, costretti a svendere i prodotti della loro terra ai prezzi decisi da altri.
Ma come in ogni deserto, anche in questo spuntano oasi. Si sente un fremito, un movimento contrario che sa di terra e di futuro. È la rivincita dei piccoli, la rinascita di un’agricoltura ecologica che rifiuta la chimica e riscopre la biodiversità. Spunta ovunque: negli orti sui tetti delle città, nei cortili, persino nelle aiuole spartitraffico.
È una democrazia che parte dal basso, dal seme, e che sottrae il nostro nutrimento al controllo di multinazionali e speculatori. Un’economia alternativa e del territorio, che sostiene gli agricoltori che producono con amore, cibi sani e nutrienti. Prodotti buoni perché retribuiscono giustamente chi li produce e perché nutrono e danno piacere a chi li consuma.

Prendersi cura della terra non è un atto nostalgico, ma un gesto politico e di profonda giustizia
È riscoprire quella simbiosi antica tra l’uomo, gli animali e la natura, quel ciclo vitale che rinnova la fertilità del suolo e la salute di chi lo abita.
Ogni volta che scegliamo cosa, dove e come acquistare il nostro cibo, con ogni seme che piantiamo e ogni boccone che assaggiamo, siamo a un bivio: da una parte la strada facile dell’omologazione e dell’indifferenza, dall’altra il sentiero dell’impegno e della cura.
Il nostro sentiero per casa.
Nessun commento:
Posta un commento